giornalismo

Vi conviene?

È morta Nadia Toffa, dopo un cancro vissuto sotto i riflettori. Mi dispiace tantissimo: morire a quarant’anni sembra quasi un’ingiustizia verso la vita.

Domani potremo parlare di come la narrativa della “guerra al cancro”, la sua personificazione in quanto “mostro” e tutta la semplificazione mediatica che ne consegue possa essere addirittura dannosa, soprattutto per un certo tipo di pazienti.

Oggi è il momento dell’abbraccio alla famiglia e agli amici della Toffa, ma anche e soprattutto a chi sta vivendo con un cancro e, giustamente, ha paura: ricordatevi che no, non tutti i tumori sono uguali e che le statistiche dicono che la sopravvivenza netta a cinque anni è di oltre la metà (54% per gli uomini, 63% delle donne).

Come si vede le terapie scientifiche non riescono a salvare tutti. Ma salvano molti (ancora, dipende dal tipo di tumore, dallo stadio e da tanti altri fattori). E riescono a dimostrarlo, nero su bianco. Affidarsi a “terapie” antiscientifiche significa abbassare le proprie possibilità di guarigione da oltre il 50% allo 0%. Vi conviene?

Sospettosi

Rilancio la bella intervista a Silvia Bencivelli sul suo “Sospettosi” (il libro che avrei voluto scrivere io, se solo avessi un briciolo delle sue capacità):

Probabilmente le scelte di salute, come altre scelte della vita, non sono totalmente razionali. Anzi sono in buona parte scelte guidate dalla nostra emotività: ed è l’emozione che ci porta a sbagliare secondo alcune direttrici che sono sempre le stesse. Dettate magari da questioni identitarie, da qual è la nostra idea di mondo o di noi stessi. Questa è di sicuro la risposta più importante.

Hamer, la morte di una giovane e cosa si può fare per impedire altre vittime

L’altro giorno scrivevo della tragica morte di Eleonora Bottaro e della reazione collettiva alla condanna dei genitori.

Su Query, la rivista del CICAP, ho provato ad elaborare meglio il mio pensiero, con un background su come il padre sia arrivato a credere alla Nuova Medicina Germanica, mentre continuo a cercare sostegno perché chi può agire faccia in modo che queste storie non si ripetano più. Ed è una responsabilità che tocca tutti noi.

Fate qualcosa. Fate presto

Oggi piangete ricordando la morte di Eleonora Bottaro. Eppure anni prima che lei morisse avevo segnalato all’Ordine dei medici della Campania Pasquale Aiese, medico ‘hameriano’ che allora faceva parte dell’associazione ALBA.

Il medico scriveva che in passato aveva “riportato un caso analogo [a quello di Manuela Trevisan, un linfoma, NdR], di una donna oggi in ottime condizioni di salute, sopravvissuta senza alcun intervento oncologico, o per meglio dire, sopravvissuta stando alla larga dello stesso trattamento oncologico.

“Aiese definisce me “giornalista prezzolato” e Franco Mandelli, uno degli ematologi più importanti del mondo, “un professorone (?) abbronzato”, vantandosi di avere come socio onorario “Luca Moro, figlio dell’On. Maria Fida (anch’essa amica delle LEGGI BIOLOGICHE E SOCIA ONORARIA) e nipote del grande Presidente Aldo Moro”.

Il medico poi continuava con affermazioni perentorie come “I farmaci possono alleviare un dolore (se ben prescritti) ma non curano le malattie, i farmaci sono sempre tutti in Fase di Sperimentazione”.

Con l’Ordine dei medici della Campania Aiese ha “conversato” e si è “confrontato”, ma non risulta che alcun provvedimento sia stato preso.

E allora vi chiedo: che senso ha piangere la morte di una ragazzina di 17 anni che si sarebbe potuta salvare con i protocolli scientifici, se ad oggi l’Ordine dei Medici non fa nulla per impedire che si diffonda il substrato di paura su cui fiorisce la Nuova Medicina Germanica da parte dei suoi iscritti?

Qui il link alla versione del 2017: http://archive.fo/zTAen

“L’unico modo per salvarsi in un’èra di conflitti è la complessità”

“Ottimista, ma almeno punta in una direzione sensata”, scrive Massimo Sandal (h/t).

Lo vedo anche sulla mia pagina Facebook, dove ho dovuto bannare sia “pro-Hamer” che “anti-Hamer” per i toni da baretto di periferia. Ad entrambe le ‘tribù’ le argomentazioni dell’altro appaiono incredibilmente stupide, e questo spinge molti ad attacchi personali e a sarcasmi fomentati dal voler soddisfare la propria audience.

In tutto questo, noi giornalisti reagiamo semplificando (basta guardare gli articoli che scrivono del “metodo Hamer” che sarebbe basato su “conflitti psicologici”) e ci stupiamo di come un articolo ben ragionato non sortisca effetto. Eppure gli studi di Walter Quattrociocchi sono noti da anni, ormai.

Come uscire da questa impasse? La giornalista Amanda Ripley offre ottimi spunti (in inglese, qui) ma, appunto, la situazione è complessa e di non facile soluzione.

Dal canto mio, come ho scritto ormai milioni di volte rispondendo ai commenti più disparati e alle calunnie più fantasiose, la mia personalissima risposta è l’empatia. Che non significa gentilezza sempre e a tutti i costi (i ban lo dimostrano), che risulterebbe falsa: ma cercare di capire perché quella persona sia convinta di una cosa tanto assurda, tanto pericolosa, tanto dolorosa.

Scopriremo che dietro c’è un intero universo fatto (per fortuna) non di sola razionalità, di valori e desideri che spesso sono anche i nostri (voglia di lottare contro le ingiustizie, far parte di una società più equa, curare tutti da tutto), e di fronte a problemi complessi come quello di una malattia ognuno risponde in base a questa “rete” che si è creato.

Questo non significa che chiunque possa venire qui e sostenere falsità pericolose per la salute pubblica, ovviamente. Ma nemmeno urlare, prendere in giro, dare degli “asini” a persone che non hanno studiato -ma hanno paura come e più di quelli che l’hanno fatto- serve a nulla: di nuovo, sono gli studi a dimostrarlo.

E allora, nel nostro piccolo, cerchiamo di capire, ragionare, rendere ricco il nostro discorso con fatti, documenti ma anche empatia. Altrimenti ci saremo sfogati su questi tasti, riceveremo una pacca virtuale sulle spalle dalla nostra tribù, ma avremo reso il mondo un posto ancora più irrazionale e confuso. E non è per questo che ho iniziato a fare giornalismo, tanti anni fa.

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