All’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” lavora
il tecnico radiologo
Lorenzo Allocco,
presso il reparto di neuroradiologia diretto da Renato
Saponiero. Allocco è il principale referente della Nmg
nell’intera Campania, tanto da organizzare “gruppi di
studio” presso la propria abitazione ogni mercoledì alle
16,30. A tali incontri, come specificato da una lettera
giunta in redazione, partecipano diversi medici e molti
“terapeuti”. Nessuno di loro, nonostante le mie molte
sollecitazioni, ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione.
Eppure fa paura quel termine che loro stessi hanno usato:
“terapeuti”. Vuol dire che ci sono persone, non medici, che
parlano di eventuali applicazioni terapeutiche in caso di
malattie. Magari anche gravi. E su chi vengono poi
applicate tali terapie?
Il
presidente dell’ordine dei medici di Salerno,
Bruno Ravera,
in un’intervista a me rilasciata ha specificato che «il
rischio di adescamento esiste». Ma «non dobbiamo creare una
sorta di sillogismo. Il fatto che questo tecnico si sia
fatto portavoce delle inconsistenti teorie dell’ex medico
tedesco rientra nella libertà di un cittadino italiano. Io
trovo che le teorie di Hamer siano antiscientifiche, ma non
ho poteri in quanto Ordine dei medici di valutare la
veridicità di tale messaggio. Come faccio a dire ad un
primario che deve impedire ad un tecnico di affermare
queste cose? Sarebbe un abuso di potere che potrebbe
portarlo con tutta probabilità ad un accusa di mobbing.
Questo non significa che l’Ordine avalla questi
comportamenti -precisa subito dopo Ravera-. Mi riservo di
telefonare e scrivere al Ministero della Sanità per
chiedere cosa intendono fare, data la propagazione di
teorie che ritengo infondate, per mettere fine a questa
sceneggiata». E per quanto riguarda il pericolo di
adescamento all’interno dell’ospedale? «Chiedo a questi
colleghi la massima sorveglianza per evitare che questo si
verifichi. Cosa che è possibile- aggiunge preoccupato-. Ci
si può adoperare per evitare certi contatti, ma bisogna
farlo con molto garbo, perché il reato di mobbing è anche
questo: il sottoposto che subisce un provvedimento di
spostamento può ricorrere in ogni momento. E non c’è
giudice che non gli darebbe ragione. Il problema dunque è
di prevenzione, e io mi riservo di parlare ancora di questa
questione. Non l’ho ancora fatto perché le risposte di
Saponiero e De Stefano mi sembravano abbastanza
soddisfacenti. Bisogna però rispondere alle domande di un
cittadino che si preoccupa come queste teorie possano
entrare in contatto con della gente non culturalmente
provveduta (o provata psicologicamente da una diagnosi
infausta come quella di un tumore, nda). Queste persone
potrebbero fare dei proseliti: e noi dobbiamo cercare di
evitarlo». In che modo? «Questo non lo so dire ancora:
certamente parlerò con i colleghi. Voglio approfondire il
problema per vedere se si può fare qualcosa. La
preoccupazione che lei solleva è fondata». Abbiamo ottenuto
delle testimonianze secondo cui agli incontri del “circolo
di Cava” partecipano anche medici di Salerno. Come si pone
di fronte a ciò? «Allerterò il Ministero della Sanità,
perché queste sono cose che credo debbano trovare un
riscontro ad alto livello, dove “alto” sta ad indicare non
tanto il piano istituzionale quanto il potere di questi
organi di controllare la situazione. La questione è che in
alto loco devono intervenire per dire se questa teoria sia
sprovvista di fondamenti scientifici. In caso affermativo,
la loro propagazione rischia di essere un reato, causato
dal fatto di diffondere notizie tendenziose o comunque non
vere».
Allocco
infatti non fa mistero della propria “fede” hameriana. Fin
qui nulla di male: ma se ne parlasse con i pazienti
dell’ospedale, tra cui molti con tumori al cervello, che si
rivolgono al suo reparto? E se parlasse con loro di tali
“terapie” mentre entrambi sono intenti, da soli, ad
effettuare le analisi? Abbiamo provato a chiederlo al suo
diretto superiore, il primario
Renato Saponiero.
Ne è nata un'intervista surreale. Sull’esistenza di tale
pericolo oggettivo il neurochirurgo ha infatti affermato:
«Anche se esco di qui e cado dalle scale è un pericolo
pubblico». Durante l'intero arco della conversazione ha
ripetuto ossessivamente che «nel mio reparto non si pratica
alcun tipo di terapia legata alle teorie di Hamer». Nessuna
terapia legata ad Hamer all’interno dell’ospedale, dunque:
e ci mancherebbe, verrebbe da aggiungere. Un’idea che non
mi aveva mai sfiorato nemmeno nella peggiore delle ipotesi.
La mia domanda era invece tutt’altra. C’è un uomo che
lavora all’interno dell’ospedale -e quindi in contatto
diretto con i malati- che potrebbe diffondere le teorie di
Hamer: per voi rappresenta un pericolo per i pazienti
oppure no? Una domanda rimasta purtroppo irrisolta. «Non so
cosa faccia questo signore individuato da voi, perché io
non l’ho nemmeno individuato -ha cominciato Saponiero, che
dopo dirà di aver avviato un’indagine interna,
contraddicendosi- al di fuori dell’ambito del mio reparto.
Certamente non posso entrare nella sua vita privata. Le
posso garantire che nel mio reparto, quando lui è presente,
di terapia che possa essere alternativa alla medicina
ufficiale non ne ho mai sentita. Che lui guardi le immagini
della Tac e faccia il suo commento interiore sono fatti
suoi». E infatti non abbiamo mai parlato di terapia.
Allocco entra in contatto con i pazienti? «No, il contatto
può essere solo momentaneo». Resta solo con il paziente?
«Durante l’indagine, ma è un fatto momentaneo», continua a
specificare nervosamente, con poca convinzione. Potrebbe
parlare delle sue teorie in questi momenti? «Certamente in
sala raggi no, perché l’indagine viene eseguita in tempi
troppo brevi. Però non le so dire se eventualmente lui
possa parlarne fuori. Per la terapia poi all’esterno lui
faccia quello che vuole, anche perché lavora presso di noi
part-time. Viene da noi due volte alla settimana».
Nell'ambito dell’ospedale non avete mai sentito parlare di
queste teorie? «L’ho saputo tramite il vostro giornale, per
quanto riguarda la terapia alternativa. Le sue idee non
hanno mai interferito sulla tecnica, anche perché lo
utilizzo maggiormente per le indagini tradizionali». Di
nuovo, ricordo che non ho mai scritto che Allocco pratichi
la sua “terapia” in ospedale. Ma secondo Saponiero c’è però
il pericolo che Allocco possa adescare “adepti”? «Quello
che posso dire è che non lo so, è chiaro? La terapia è una
cosa, la diagnostica ne è un’altra. Io so che lui ha delle
idee, e certamente in base all’articolo 32 della
Costituzione può fare quello che vuole. Che poi lui possa
uscire fuori, vada in giro per i reparti... non lo so. Del
resto non posso essere il controllore, non ne ho né la
funzione né la voglia. Io devo solo verificare il suo
lavoro, e lui quando c’è lavora. Non posso essere io il
guardiano di questa persona». Secondo lei c’è un pericolo
oggettivo o no? «Il pericolo oggettivo c’è in qualunque
momento, anche io potrei impazzire». Comunque questa
persona è all’interno dell’ospedale. «E cosa dobbiamo fare,
lo dobbiamo allontanare?» Non sono io a doverlo decidere. I
pazienti vanno tutelati da persone che possano metterli su
una strada totalmente avulsa dalla medicina? «Ma non ce n’è
neanche il tempo: lui deve fare la analisi, può solo
scambiare qualche parola». Nessuna garanzia. Nessuna
preoccupazione. Nessun controllo. E mentre tutti si
rimpallano le responsabilità, fregandosene del "pericolo
oggettivo" più volte paventato, tutto resta sotto silenzio.
Gli hameriani tacciono. Le autorità tacciono. Tutto
prosegue placidamente.
Ma non è tutto. Quella stessa mattina mi era stato
garantito dall'ufficio stampa anche un incontro con il
direttore sanitario
Andreo De Stefano,
che a giugno del 2007 ha poi lasciato il posto a Virginia
Scafarto. E' arrivato di fretta, impaziente, quando avevo
appena terminato l'intervista con Saponiero. Per lui avevo
una sola domanda: "c’è una persona che propugna le teorie
che abbiamo esposto. Secondo lei, c’è un pericolo oggettivo
per i pazienti o no?". Mi ha però risposto Saponiero,
farfugliando: «Ma i contatti con i degenti... i contatti al
di fuori dell’ospedale, del reparto, ma dentro il
reparto...». E infatti io non stavo parlando di terapia. La
domanda era diversa. Finalmente è De Stefano a rispondere:
«Concettualmente no, anche Hamer può andare da quella
persona a dire “non curarti”. A me interessa che in questo
ospedale si seguano dei percorsi terapeutici assistenziali
definiti e valorizzati dalla medicina ufficiale». Ma la
domanda era un’altra. De stefano allarga le braccia «E ho
capito, ma io le rispondo in questo modo. Chiedo scusa».
Gira le spalle e se ne va. Saponiero prova a diferndere il
superiore: «E’ una domanda tendenziosa che non... in
effetti, se noi chiariamo il concetto che... Potrebbe anche
essere... se io esco da qua, e cado per le scale, e mi
fratturo il femore, è un pericolo pubblico». Poi ha un
sussulto: che voglia finalmente rispondere alla domanda?
«Nel mio reparto non abbiamo mai parlato di questa
terapia».
Da giugno del 2007 sto cercando di avere un'intervista da
parte del nuovo direttore sanitario
Virginia Scafarto.
Il responsabile dell'ufficio stampa della struttura
ospedaliera, Giuseppe Manzo, rimanda sempre tale incontro
promettendo che al più presto riuscirò ad ottenere questo
mio diritto.
Stiamo ancora attendendo.