Questa è la storia di Maresa L., laureata in chimica e matematica e morta ad agosto del 2007.
Di seguito riporto, senza alcuna modifica, il racconto fatto dalla cognata,
Federica Vavassori B. (vedi articoli di Libero)

Maresa L
Si chiamava Maresa L. (nella foto a sinistra). Aveva una solidissima formazione scientifica (laurea in chimica e matematica) unita ad una sensibilità d’artista, insegnava tai-chi-chuan, praticava shatzu. È morta a 48 anni, dopo quattro mesi di sofferenze inaudite. Al suo fianco solo il suo compagno e suo fratello, disperatamente impotenti.

Dall'età della pubertà aveva avuto problemi al seno: le erano state asportate calcificazioni a 14 anni, poi ancora due volte in età adulta. Faceva mammografie di controllo ogni anno fino a quando il referto fu di sospetto carcinoma ai dotti galattofori e, nonostante i risultati negativi dell'ago aspirato, i medici consigliarono l'asportazione della mammella sinistra, per prevenire problemi in futuro. Maresa rifiutò categoricamente di procedere all'operazione e da quel giorno evitò di affrontare con i familiari e con gli amici medici qualsiasi argomento relativo alla propria salute.

A metà giugno 2007, Maresa chiamava suo fratello chiedendo aiuto perché non stava bene: riferiva dolori alle anche, alla schiena, alle gambe. Nei giorni seguenti si scopriva che Maresa aveva la mammella sinistra invasa da formazioni voluminose, con tumefazioni evidenti ed il capezzolo retratto; che non aveva fatto accertamenti perché così le era stato prescritto da un gruppo di medici di Aulla che portava avanti le teorie della Nuova Medicina Germanica e del dottor Hamer. Ogni tentativo di convincerla ad andare in ospedale e sottoporsi ad indagini mediche non faceva altro che provocare violente crisi di rabbia e di disperazione, con affermazioni tipo "così mi riportate indietro". Si era affidata a
Marco Pfister, presidente di Alba, con il quale era in costante contatto telefonico e dal quale riceveva prescrizioni su come curarsi. Questi le aveva suggerito di farsi assistere anche da Paolo Panzeri, fisioterapista, per alleviare i dolori alla schiena e alle anche. Oltre alla fisioterapia, a Maresa venivano prescritti integratori alimentari, caffè e tè, mezza bustina di Oki se il dolore diventava più intenso.

A luglio i dolori diventavano così acuti da risultare invalidanti: costretta tra il divano ed il letto, Maresa coinvolgeva i suoi genitori per avere la loro assistenza, mentre il fratello contattava Pfister per richiedere accertamenti medici ed un ricovero ospedaliero. Pfister rifiutava di parlare della diagnosi adducendo questioni di privacy, invitava a far riflettere Maresa sui successi ottenuti contro la malattia, suggeriva di incoraggiarla a prendersi la responsabilità della propria guarigione. Di fronte alla precisa richiesta di prescrivere a Maresa l’asportazione della mammella gravemente malata, Pfister affermava che tale operazione avrebbe portato solo benefici di natura estetica e concludeva quindi di attendere finché Maresa non si fosse ripresa. Lei stessa era peraltro persuasa che presto si sarebbe rimessa, e pensava di partire per le vacanze al mare.

Nelle settimane seguenti si ripresentavano, acutissimi, dolori di vario tipo. Maresa era paralizzata in casa, senza alcun tipo di supporto medico né il sollievo di una terapia analgesica, in preda a dolori causati da quelle che una settimana dopo sarebbero state identificate come metastasi ossee. Dal 23 agosto il colore del viso e quello degli globi oculari diventava giallo: un noto segnale di gravissima compromissione del fegato. Chiamato Pfister, questi raccontava che il motivo era la rabbia per non essere potuta partire per il mare come previsto.
Il giorno 27 le condizioni di Maresa erano disperate: gli arti inferiori gonfi e tumefatti, i dolori atroci. Lei accettava di vedere un’amica medico ma le chiedeva di consultarsi con Pfister, che al telefono si faceva descrivere le condizioni della paziente e poi prescriveva alla dottoressa di somministrarle un fortissimo diuretico per ridurre l’edema. La dottoressa, sconvolta per il comportamento immorale ed illegale di Pfister, disponeva il ricovero d’urgenza. Le indagini rilevavano valori ematici gravemente squilibrati, metastasi al fegato e sulla base dell’osservazione clinica, veniva annotata in cartella la probabile presenza di metastasi ossee.
Il giorno 28 alle ore 13 Maresa entrava in coma epatico, che la portava alla morte due ore più tardi.

La mia testimonianza e quella della dottoressa sono a disposizione della magistratura