Questa è la storia di Gaby J., infermiera svizzera nata nel 1954 e morta a giugno del 2000.
Di seguito riporto, senza alcuna modifica, il racconto fatto da sua madre, Rose-Laure Huber.


Divorzia da suo marito il 18 settembre 1996. Il figlio, allora 15enne, viene affidato a lei. Si intendono bene, e il figlio resta in contatto con il padre.

Inizio maggio 1997
Gaby scopre un piccolo nodulo al seno. Va dal suo ginecologo, che le propone una biopsia, perché non sa di che tipo di nodulo si può trattare (se benigno o maligno, ndr). Il 13 maggio viene operata. Alle ore 17 vado all’ospedale ginecologico Frauenspital (Aarau) e vedo che le hanno asportato il seno e lei è nel reparto di terapia intensiva. Le hanno anche asportato i nodi linfatici. Non è del tutto cosciente, quando una dottoressa arriva e le spiega la situazione. Il nodulo era maligno e uno, eventualmente due linfonodi erano colpiti e incapsulati. Le viene consigliata una chemioterapia e una radioterapia. E’ scioccata, deve confrontare la diagnosi da sola. Secondo me, le è mancato un supporto psicologico. Quando torno il giorno successivo, mi dice che non vuole la chemioterapia o la radioterapia (aveva molta paura di perdere i capelli): lei vuole farsi curare con iscador (un farmaco usato in medicina antroposofica, contiene estratti della pianta Viscum alba, in italiano Vischio, ndr). Il medico di famiglia la manda da un certo dottor Waldmann, che si intende di fitoterapia e le prescrive l’iscador. Nello stesso tempo si sottopone ad una terapia cranio-sacrale presso un Jürg Burki a Egliswil.
Sembra migliorare. Mangia, è allegra e ottimista. Abbiamo un contatto regolare, e con la sorella Esther facciamo un viaggio insieme nel sud della Francia dove passiamo vacanze bellissime. Facciamo, grazie a dio, tutto quello che desidera e ci godiamo il periodo di vacanze.

Giugno 1999
Mi viene diagnosticato un cancro al seno, mi operano nell’ospedale Spital Porrentruy. Gaby mi viene a trovare e mi chiede se voglio fare la chemioterapia. Le dico: "si". Lei mi risponde dicendo che “ognuno deve prendere le sue decisioni, e se è questa la tua strada, devi
Roselor Huber
continuare”. Accetto la chemioterapia e nello stesso tempo mi inietto iscador anch'io. Quando le parlai una volta al telefono, le chiesi se stava ancora usando l’iscador. Lei mi ha risposto “si, me lo applico sulla cute perché anche l'iscador è un veleno”. Lo stesso giorno telefono alla Lukas-Klinik (Arlesheim) (una clinica antroposofica conosciuta, ndr) e chiedo se si può applicare l'iscador sulla cute. Mi rispondono che questo non serve a niente: la dottoressa al telefono è scioccata da questa notizia. Quando, durante il corso di quest’anno anno, mi viene nuovamente a trovare, mi mostra un piccolo nodulo nella regione ascellare. Mi tranquilizza dicendo che si sarebbe trattato di “un gonfiore causato da una stasi, Burki lo avrebbe confermato”. Non le dico niente, però dopo parlo con i medici (anche con quello che mi forniva i farmaci omeopatici, oltre che i farmaci della medicina scolastica) e tutti sono d’accordo nel dire che bisogna fare delle analisi, perché potrebbe essere di nuovo qualche cosa di maligno.
A domande caute, anche da parte di mia sorella, risponde con rimproveri: “noi non la sosteniamo”, e che “lei non ha bisogno di commenti negativi”. Lei si stava curando adesso secondo la “Nuova Medicina” (Hamer a quel tempo non ha registrato ancora il marchio con l’aggiunta del “Germanica”, ndr) e lei sapeva che avrebbe dovuto prima risolvere i suoi conflitti, e che lei non aveva ancora superato il suo conflitto connesso al suo divorzio. Però dice di essere sulla buona strada. Di conseguenza tentiamo di essere positivi, e tentiamo di mostrarle le nostre preoccupazioni. E tentiamo anche di credere che non si tratta di qualche cosa di maligno, però… le preoccupazioni ci sono, e ci mangiano!
All'inizio di novembre del 1999, Gaby viene nello Jura (una regione in Svizzera, ndr) con sua sorella e festeggiamo insieme il suo compleanno (della sorella). E’ di buon umore e lei ripete che noi non dobbiamo avere preoccupazioni. E noi ci lasciamo tranquillizzare molto volentieri!
Verso la metà di novembre mi chiama al telefono e mi comunica che ha necessità di un po’ di tempo e distanza, e che lei ora deve concentrarsi sulla guarigione. Dice che questo (distacco) non ha niente a che fare con i suoi sentimenti, e che lei ci ama tutti. E che lei, nel futuro, ci chiamerà di tanto in tanto. Anche mia sorella riceve una lettera uguale.
Sembra incapace di guidare un’automobile, e ci racconta di avere un ''braccio gonfo'', e che questo sarebbe necessario (alla guarigione, ndr).
Credo che in questo periodo abbia seguito una conferenza a Zurigo e che abbia avuto un consulto a Herisau. Non so chi la porta li, e non so chi è il suo medico naturale. Nessuno mi risponde, tutte le “amiche” tacciono o dicono di non sapere niente! Il suo figlio 19enne la cura, mentre le “amiche” le portano da mangiare: però a lei non piace più mangiare, rigurgita tutto, però anche questo sarebbe un segno della guarigione. Al figlio viene vietato di informarci o di dire come stanno le cose. Anche al padre non dice niente. Sono stato io ad avvisarlo quando era il 30 maggio a Rohr: era profondamente scioccato quando la andò a trovare la sera stessa.
A Natale non vuole vedermi, dicendo che sarebbe andata via con le amiche per alcuni giorni. Dopo ho saputo che questo non era la verità, e che lei era incapace di spostarsi.
Un giorno mi racconta di aver incontrato un indiano, che le avrebbe procurato un farmaco naturale dall'India, e che avrebbe ripreso a mangiare. E mi dice di far uso della terapia neurale (medicina alternativa: iniezioni di procaina secondo Hunecke, ndr) e drenaggio linfatico, e che tutto sarebbe sotto controllo.
A pasqua le mando un grande pacco con una lepre di stoffa (lei amava gli animali di stoffa) e soldi, e dolci, con una lettera, pregandola di andare col figlio in un buon ristorante. Questo lo racconto per chiarire che lei mi voleva mostrare di stare bene!
Il 29 di maggio mi telefona di sera dicendo di volermi vedere. Io chiedo: “posso venire?” Risponde piangendo: “si, ma solo tu, non papà, non Gotti o mia sorella” (sono divorziata da 40 anni, i bambini avevano sempre un contatto con lui, anch' io, però meno intenso. Il padre amava moltissimo Gaby). Martedì mattina sono a Rohr, la macchina piena di alimentari, con cose che ama. Quando arrivo, vedo la porta aperta. Suonando il campanello non mi risponde nessuno: entro e la vedo dormendo sul divano: “Oh mio Dio! Perché permetti questo?”. Esco di nuovo per non dover gridare. Cos'è successo con la mia bambina bella ed allegra? Sul divano è steso uno scheletro, quasi senza capelli, una vecchia donna di novant' anni! Quando si sveglia, mi sono tranquillizzata un po’. Mi sorride con i suoi occhi blu, infossati in profonde cavità, e mi abbraccia. Solo il suo braccio sembra ben nutrito (non magro, ndr). Il braccio è largo come una coscia. Ha fortissimi dolori. Quando la lavo, vedo che il lato che è stato operato è un’unica piaga maleodorante piena di pus con buchi profondi, fino alla schiena. Tento di bendarla, avendo paura di causarle dolore.
Gaby J.
Dico che non può andare avanti cosi. Mi risponde: “si, vado in una casa di riposo, ma non in un ospedale, perché lì mi uccidono con la morfina. I medici lo sanno ma lo fanno lo stesso!”. Mi metto in contatto col medico di Rohr e lui mi riceve. Mi dice: “non posso dire niente, lei cosa pensa che abbia?” Io dico: “cancro”, e lui mi risponde “si, nella fase terminale”. Lui potrebbe solo effettuare una terapia neurale, perché lei avrebbe rifiutato tutte le altre terapie. E una casa di riposo non l’avrebbe accettata nelle sue condizioni di salute. Dico che ci vuole la Spitex (non so cosa sia, probabilmente un ricovero ospedaliero, ndr). Mi risponde che in questo caso dovrei contattare il suo vecchio medico di famiglia, e che lui dovrebbe iniziare questo processo (parte non molto chiara, ndr). Il medico al telefono rifiuta, dicendo che lei non lo avrebbe permesso, e che lui non si sarebbe più occupato di lei. Sono disperata, rendo nervoso il medico e sono nervosa anch' io. Così, ogni mattina vado a Rohr e tento di aiutare in qualche modo la mia bambina. Il venerdì mattina, quando arrivo, grida a causa dei dolori dicendomi però che il medico (della terapia neurale) sarebbe venuto nel pomeriggio. Nella notte era caduta nel bagno contro la vasca da bagno, per mancanza di forze. Non può stare a letto e non può stare sul divano, perche non ha più un solo grammo di grasso in tutto il corpo. Nel pomeriggio arriva sia il medico, sia la terapeuta che esegue il massaggio linfatico. Noi la convinciamo a ricoverarsi in una clinica per stabilizzarsi, e che dopo sarebbe potuta andare in una clinica di riabilitazione. Dal momento che aveva forti dolori, acconsente. Alle 15 arriva l'ambulanza e viene ricoverata nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Spital Aarau. Lì sono molto gentili, le dicono però che solo la morfina avrebbe potuto far diminuire i suoi dolori, solo la quantità minima che sarebbe servita. Alle 21 viene trasferita in una stanza normale, e posso rimanere accanto a lei. Vedo che adesso può dormire. Rimango a Rohr. Sabato mattina telefono per vedere se ha bisogno di qualche cosa. E lei è molto eccitata e mi dice: “mamma, sto molto bene, non ho più dolori, mi hanno dato un letto speciale meraviglioso. Non penso di dover stare a lungo qui, quando ripartiamo per il sud della Francia ?” Rispondo: “appena possibile, quando ti sentirai meglio, partiremo, te lo prometto”.
Ognuna racconta una bugia all'altra. Non lo so se era davvero così convinta, forse non mi voleva far preoccupare. E io non ho la forza di non mentirle. Qui, in questo reparto, dove sono i malati di cancro, le infermiere sono fantastiche! Tentano di far diminuire i dolori fisici e dell'anima, e si vede che hanno una formazione professionale in psicologia. Ogni desiderio viene reso possibile.
La domenica parlo con i medici e chiedo se posso tornare un giorno a casa. Mi rispondono che sarebbe potuto andare avanti così per qualche tempo, e che posso andare a casa: loro mi avrebbero avvisato, se lo stato di salute fosse peggiorato.
Gaby mi dice: “certo che puoi rimanere il lunedì a casa, martedì sono sicuramente ancora qui”. Ride e dice: “non mi manderanno a casa così facilmente”. La domenica vado nello Jura, lavoro il lunedì a Basilea, telefono all'ospedale: tutto è come prima. Prego di dire a mia figlia che sarei tornata martedì mattina. Nella serata un temporale nella svizzera occidente: niente telefoni, neanche telefonini!
Nella notte, alle 12 mi raggiungono dicendomi che mia figlia era morta alle 21:30. Non mi fu concesso di essere vicino alla mia figlia nelle sue ultime ore. Però il suo ex-marito era lì fino alle 21. Lo ha salutato con un gesto della mano, ma aveva problemi con la respirazione. Neanche lui ha notato il peggioramento. Grazie a Dio non ha sofferto ancora per molto tempo.
Ho vietato di mostrala dopo la morte - lo shock sarebbe stato troppo forte, vedendola. Le ho detto addio a nome di tutti. Così tutti la ricorderanno com’era.
Quando, prima del funerale il giorno 9 giugno 2000, torno nel appartamento di Gaby, prendo due libri di Hamer. Leggendo capisco molte cose: Iscador e veleno, i medici che uccidono e cosi via. Non c’è da meravigliarsi perché la gente che crede a questo ciarlatano abbia tanta paura degli ospedali. Trovo una fattura per un esame TAC di gennaio 2000. Lei doveva ben conoscere il suo stato di salute: era piena di metastasi.
Non lo so se Gaby sarebbe sopravissuta con la chemioterapia, ma una cosa la so: non avrebbe dovuto sopportare dolori orribili e sarebbe morta in un modo più umano. E sopratutto avrebbe sentito il nostro amore e il nostro aiuto. Avremmo fatto tutto per lei - se solo ce lo avesse lasciato fare!

Rose-Laure Huber